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martedì

Carnevale : Ultimo giorno per esprimere la voglia di libertà e spensieratezza.


Il Carnevale, etimologicamente “carnem levare”, o “ carnasciale” è una festa che ha origini antiche e si ricollega a manifestazioni risalenti a circa 4000 anni fa, come i lupercali e i saturnali. La parola indicava il banchetto che aveva luogo martedì grasso, prima del giorno delle ceneri, che segnava l’ inizio della Quaresima, periodo in cui la carne non si mangiava. L’atmosfera che si respira durante i giorni in cui ricorre la festa è magica. La gente si maschera, assumendo le sembianze più svariate , seguendo l’impulso di desideri repressi e chimere, per sentirsi libera, seppure per qualche giorno, dalle costrizioni, per dimenticare i problemi che assillano nella quotidianità.
La voglia di divertirsi esplode per le strade, con canti, balli, scherzi e divertimenti di ogni genere. Il Carnevale rimane, da sempre, però, la festa dei bambini che si lasciano trasportare in luoghi fatati popolati da principesse, piccoli re, pierrot e una miriade di personaggi a loro cari. Per qualche giorno, vivono come in estasi, liberano le briglia della fantasia, si incarnano e diventano protagonisti di una scena che concede loro di allontanarsi per un po’ e sognare.
Nica




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domenica

I BAMBINI DEI CINESI

Li avevo visti sempre da lontano i bambini dei cinesi, nei lunghi cortometraggi, in braccio alle loro madri, con i capelli neri e gli occhi piccoli , che a me sembravano tristi.
Quando mi capitò di vederne uno da vicino, non mi persi l’occasione di osservarlo attentamente.
Facevo la fila , un giorno, dietro lo sportello di un ufficio postale e sostavo subito dopo una cinesina, dell’apparente età di 25 anni. La donna teneva in mano una cartolina ed in braccio un bambino in tenera età.
Il piccino dava segni di insofferenza, per la lunga attesa. La madre, per calmarlo, cominciò a parlargli nella sua lingua emettendo suoni davvero strani.
Intercalava il suo parlare con sguardi severi che, in breve, peggiorarono la situazione.
Il bimbo , infatti, intimorito, cominciò a piagnucolare.
Nell’attesa del mio turno, seguì con curiosità la sua reazione, cercai di scrutare, senza farmi notare, le emozioni che si alternavano in quegli occhietti neri.
Ne avevano i bambini dei cinesi?
Tutti così seri, così uguali!
Il bimbo, vedendosi sbirciato, appoggiò la testa sulla spalla della madre, come per nascondersi.
Mi venne spontaneo sussurrargli con un sorriso: “Piccolino!”
Non dimenticherò mai la sua espressione.
Mi puntò in viso, di colpo, i suoi occhi neri. Esprimevano immenso stupore.
Non si rendeva conto, certamente, di chi io fossi, attaccata alla fila , proprio dietro lui. E soprattutto cosa volessi.
Cominciò così lui ad osservare me, mantenendo un sorriso dolce e timoroso, come di chi, per non subire eventuali conseguenze, si mostra , ad arte, ubbidiente e buono.
Mi venne voglia di prenderlo in braccio, di stringerlo, per fargli capire che gli ero amica.
Ma non mi spostai di un millimetro dal mio posto.
Accennai, imbarazzata, un sorriso e abbassai lo sguardo. Feci, senza rendermene conto, una smorfia con la bocca, di quelle che fanno i clown, che mi rese assai buffa ai suoi occhi. Lo capì dalla risata aperta di quel cinesino che cominciò a guardarmi con più fiducia, che cominciò a scherzare con me dando vita ad una simpatica schermaglia che suscitò la simpatia dei presenti.
Fu così che io capì una cosa molto importante.
Capì che i bambini dei cinesi sono uguali a tutti i bambini del mondo. Che come loro hanno bisogno solo di coccole e amore.
Capì che la differenza che li divideva stava solo in quegli occhietti neri, a mandorla, che a me apparivano tristi.
Nica

venerdì

Un caso difficile, ma non troppo, quello dello psichiatra che denuncia il paziente pedofilo. Voi cosa avreste fatto?

Tra le tante istanze della psiche c’è anche quella della richiesta di aiuto che il soggetto rivolge, a livello inconscio, al potenziale soccorritore. Nel caso specifico, riportato di recente sui giornali, lo psichiatra, forse, ha colto l’ esigenza del paziente non solo di comunicare, ma anche di autodenuncia di un misfatto consumato a danno dei nipoti, per essere fermato.



Se l’uomo avesse voluto custodire “ il segreto” non lo avrebbe , di certo, rivelato al medico curante, anzi lo avrebbe depistato, qualora il medico avesse fatto domande finalizzate a chiarire eventuali segnali di pedofilia di cui si fosse reso conto. Può anche darsi che il medico abbia agito, senza cogliere significati nascosti, perché sconvolto da una verità traumatica e denunciato il pedofilo per paura che potesse reiterare il danno.
Qualunque sia stata la causa che lo ha spinto a denunciare, comunque, il segreto professionale è stato infranto.
Sul caso le polemiche infuriano. Consapevole che non è facile liquidare l’argomento assolvendo o condannando, mi pongo alcune riflessioni. La prima , la più importante, è la seguente, che non appare affatto remota: se tra qualche tempo leggessi sui giornali di bambini violentati e magari morti a causa delle violenze subite, cosa penserei di uno psichiatra che, a conoscenza dei fatti , non ha mosso un dito per evitare le terribili conseguenze? Tra infrangere il segreto professionale e fare uscire da un incubo delle anime innocenti cosa sarebbe giusto scegliere?
...e se capitasse a mia figlia che comportamento mi aspetterei dal medico?
Le giro a voi queste domande, per un confronto su un tema molto delicato e di vitale importanza.

Nica