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venerdì

Avrei voluto abbracciare Benigni…



Una serata speciale ieri sera su rai uno. Tutti, credo tutti, siamo stati incollati davanti allo schermo per riascoltare il canto V dell’Inferno di Dante, che attraverso la deliziosa interpretazione del poeta Benigni, è tornato a risvegliare la nostra sensibilità, la parte migliore della nostra essenza di uomini.
Da sempre innamorata di Benigni, della sua comicità prorompente e semplice, ieri ho sentito la voglia di abbracciarlo per un miracolo che sta operando, facendo assaporare ai giovani e meno giovani i versi straordinari di Dante Alighieri, forse a lungo dimenticato. Una Lectio Magistralis quella di ieri di cui avevamo , in altre occasioni, assaporato piccole parti. E’ stato esaltante immergersi in un mondo molto lontano da quello in cui viviamo, che nello stesso tempo appare attuale per i sentimenti che sconvolgono le anime. Un mondo segnato da forti passioni, dall’amore che unisce, dall’ira distruttiva, dalla sofferenza accettata con rassegnazione, dalla fragilità dell’uomo di fronte al dolore di due anime peccatrici, ma degne di rispetto. Quando il sipario si è chiuso mi sono chiesta:
Perché non si propone il Professore Benigni in tutte le scuole per presentare Dante ? Perché non farlo in modo sistematico, continuo in tutte le scuole per fare rinascere nei giovani interessi che nulla hanno a che spartire con la droga e il disinteresse per quanto li circonda?
In quanti saprebbero resistere al fascino dell’attore che, oltre a spiegare Dante, spiega il Vangelo e la vita in modo così attraente e coinvolgente?
Nica

martedì

Quel che resta di noi: Chiudere gli stadi non appare l'unica soluzione per fermare la violenza

E’cominciata la strumentalizzazione di una tragedia e la sortita di provvedimenti tampone che non sono la chiave di volta per risolvere il problema
Alcuni politici hanno proposto la chiusura degli stadi, ostinandosi a non volere intendere che la violenza non è un fatto connesso solo al mondo del calcio. Individuare i colpevoli e assumere i provvedimenti necessari per limitare i comportamenti violenti, appare normale e giusto, ma il fenomeno della protesta non coinvolge solo gli ultras, ma tutta una fascia di giovani, che, utilizzando modalità sbagliate, assumendo atteggiamenti provocatori e trasgressivi, porta avanti una contestazione contro le istituzioni. Chiudere gli occhi su questa realtà può essere pericoloso. Alcune persone, fra quelle che contano, non hanno compreso tutto ciò quando a perdere la vita è stato il maresciallo Filippo Raciti, e continuano, ancora oggi, che la violenza ha colpito il cuore dello stato, distruggendo caserme e altre sedi istituzionali, a sottovalutare il problema.



La contestazione riflette il disagio di tutta una società che ha perso il senso della vita, della misura, una società che va lentamente degradando, dove tutti siamo corresponsabili perché dimentichi dei doveri che ci impongono di amare, educare , assistere, custodire e, non ultimo, dare il buon esempio. Chiudere gli stadi che significato può assumere in un contesto così complesso? Solo quello di sedare gli animi, fino alla prossima tragedia.
L’incidente di un colpo di pistola che ha ucciso, solo una scintilla che ha ravvivato un fuoco che cova negli animi. Ma possono essere tante le occasioni a fare da traino all’esplosione incontrollata dell’aggressività. La problematica è grave e alla ribalta da molti anni. Ma se continueremo a “studiare” solo ripieghi tampone, se continueremo ad esibirci solo per un rimbalzo stupido e destabilizzante di responsabilità, senza rimboccarci le maniche e avviare provvedimenti idonei a risolvere i problemi che stanno alla radice del dissenso, il futuro non sarà, di certo, rassicurante. I giovani rappresentano oggi un’emergenza e lo Stato ha il dovere di rivolgere verso loro la massima attenzione, non solo per prevenire o reprimere, ma per costruire il loro futuro, qualunque sia il prezzo da pagare.
Esemplare la dichiarazione del fratello di Gabriele che ha invitato a non strumentalizzare la vicenda dei disordini, che a lui non appaiono connessi alla morte del fratello. Con Sandri, in un rispettoso silenzio, piangiamo una giovane vita troncata, tenendo nel cuore la speranza che qualcosa possa cambiare in un mondo che lascia troppo spazio a mode dissacranti, illusorie, a cattivi maestri che esibiscono alibi di modernità, per distruggere quello che resta di noi.

Nica

giovedì

Tutti "equilibristi" per sopravvivere, tranne i giovani ai quali è negato anche questo "privilegio"

Osservare ciò che sta accadendo ed esprimere il proprio pensiero credo sia un dovere di tutti, così come è un dovere non essere disfattisti o nutrire speranze che si rivelano illusorie e talvolta ridicole. È di pochi giorni fa la notizia del suicidio di un uomo, che non avendo i mezzi necessari per pagare il mutuo, in un momento di scoraggiamento, si è tolta la vita.
Certo la situazione economica degli italiani non è così tragica per tutti, ma che non ci sia più serenità e certezza del futuro è un dato inoppugnabile.
Molte famiglie stanno scivolando, in un modo che può apparire indolore, ma che produce nel tempo effetti devastanti, verso una soglia di povertà. Non si arriva più alla “quarta settimana”, resa così famosa dai politici di destra e di sinistra.
Oggi trenta centesimi in più sul detersivo, domani sui biscotti o sul latte, e poi l’aumento della luce e quant’altro, ecco che gli stipendi e le pensioni subiscono una erosione lenta ma continua che ci spinge nel nervosismo e nelle difficoltà sempre più insostenibili.
Le famiglie, quindi, devono misurarsi, stare attenti a come spendono i soldi e privarsi anche del necessario, per sopravvivere. E forse ci riescono considerato che sono allenati, da tempo, al sacrificio.
Cosa assai più grave accade ai giovani che non hanno proprio nulla da gestire, non hanno di che misurarsi e devono ricorrere ai genitori, mortificando la loro dignità, per i soldi della benzina, per consumare una pizza, per disporre di pochi euro, senza prospettive per il futuro.
Quelli che sono stati denominati “bamboccioni”, che dovrebbero andare fuori di casa e reggersi sulle proprie gambe, sono uomini, di 28, 30 e più anni, laureati, che fanno file estenuanti, insieme a centinaia di altri giovani, per proporsi per un lavoro pagato anche 10 euro lorde, e dal quale alla fine si vedono esclusi, pur possedendo i requisiti richiesti.
Quali i programmi di aiuto per loro? Quale futuro? Quanti fra i politici si fanno promotori di iniziative volte ad elargire qualche elemosina, stiano tranquilli che non passeranno alla storia, ci vuole ben altro per ricevere il plauso e la stima di chi si vede negato un sacrosanto diritto: il lavoro.

Nica